la sveglia non suona. che bello! alzarsi quando ti pare. sono ancora in vacanza, e pensare che lo sarò ancora per 15 giorni mi fa sentire stra bene! mi sveglio e capisco subito che il cielo non è azzurro come ieri, e che piove. e vado subito alla finestra. avevo indovinato. piove. mi metto la tuta e la felpa e esco. mi fermo al forno. esco, contento, col sacchettino di carta, caldo, con dentro due paste. mi aspetta. è lì. aspetta me. sembra proprio così. un ragazzo nero. mi dice ciao. mi fa vedere un foglio ‘ho il permesso di soggiorno, cerco un lavoro e un tetto’. era così, penso, e anche solo il non ricordarmi perfettamente cosa c’era scritto mi fa dispiacere. balbetto. da adesso per 5 minuti balbetto. (non nel senso della parola). non so cosa dire. sparo: caritas. il primo salvagente a cui mi attacco. ecco, lo sapevo. delegare. me ne lavo le mani. mi dice che lo sa già, ma che oggi è chiusa. è vero. non so cosa dire. cosa fare. mi chiede se parlo inglese. si. mi ripete le stesse cose di prima. non capisco nemmeno benissimo perchè parla piano. guardando il forno da dove sono uscito. gli chiedo se vuole qualcosa da mangiare. dice che vuole un lavoro. che non ha niente qui. e io rispondo che non so. non ha fame, ma vorrebbe un caffè. ed ecco di nuovo. prendo 5 euro e glielo do. li prende. è così facile dare dei soldi. poi lo saluto dicendo che ‘devo andare’. ma dove? lui va, io aspetto lì. poi mi schiodo e vado. e iniziano a frullare i pensieri che prima ho trattenuto. perchè non lo potevo invitare a casa mia? o fermarmi a chiacchierare al bar, davanti a quel caffè? perchè sono fuggito? perchè ho delegato? perchè adesso ci sto male? e non voglio scusarmi in nessun modo, per nessun stupido motivo. potevo fare di più. posso sempre fare di più. non l’ho fatto. e ti chiedo scusa, ragazzo nero. non so nemmeno il tuo nome. e mi vergogno.
quelle paste le mangerà qualcun altro. a me stamattina proprio non vanno.